gentile=perdente VS gentile=felice

KindnessParadeChallege-FTR

Poter gioire per un qualcosa che proviene dall’altro e sentire che quel sentimento è vero e genuino. Questo per me questo ha il significato di gentilezza.

Mi rifaccio al concetto di Mudita (la gioia partecipe), quella di cui parla il Dalai Lama, dicendo che se fosse felice solo per ciò che gli accade avrebbe ben poche opportunità per esserlo. Esserlo per gli altri genera un senstimento benefico senza confini.

Ho riflettuto molto su questa affermazione e mi sono venute in mente quante sono le volte in cui noi compartecipiamo al dolore e alla soffferenza e siamo più alleati, più ricettivi a questo stato piuttosto che a quello della gioia o della fortuna dell’altro. Mi sono interrogata sul perchè la gentilezza sia diventata un tabù. Un tempo assieme alla dolcezza erano considerate virtù, non solo una modalità di essere e di agire con forte attenzione agli altri, ma anche un modo di prendersene cura, mettendo in atto una forma di comprensione e di tolleranza. Questo non ha a che fare con il moralismo o l’idealizzazione ma credo fermamente sia un valore irrinuciabile della vita. Forse l’individualismo e l’egoismo stanno portando  molte persone a dotarsi di atteggiamenti sempre meno interessati al prossimo, esaurendo una pratica così importante nella vita di tutti i giorni. Forse la comunicazione ed un suo spostamento su canali virtuali ha modificato le relazioni e il concetto di galateo: sicuramente abbiamo recuperato velocità nello stabilire contatti ed accorciato distanze, arricchendo le modalità interattive, ma abbiamo perso lo spessore relazionale ed intimo. Questo ci disallena e ci allontana dalla capacità di creare relazioni forti. Ma ne abbiamo estremo bisogno, dobbiamo recuperare questa virtù calpestata, abbandonata, resa sterile da un mondo in cui veloce-performante-perfetto ci sta portando a perdere di vista il bene, rendendoci più soli-egoisti-superficiali. Solo se siamo gentili possiamo dare un senso ed un valore alla nostra vita.

Artur Schopenhauer scriveva  “La cortesia è per la natura  umana quello che è il calore per la cera”.

Ed è verissimo, il potere e la forza dell’atteggiamento gentile sappiamo bene sono contagiosi, oltre che benefici, per la nostra salute. Le neuroscienze dimostrano che il sistema neurolimbico trasporta dopamina alle aree del cervello, procurandoci sensazioni di piacere quando facciamo una donazione per beneficienza, allo stesso modo di quando riceviamo noi stessi un rinforzo. Le immagini che derivano dalla risonanza magnetica mostrano l’accendersi letteralmente di alcune aree del cervello durante l’azione del dare e dell’offrire, ad indicare una risposta positiva di benessere; questo dovrebbe creare le premesse per un sistema di reciprocità. Credo che alla base del piacere biologico di donare qualcosa all’altro si nasconda un comportamento di profondo rispetto per per la nostra specie, aiutandola a soravvivere, e risuona come un riconoscimento nei confronti della natura umana. Ecco perchè qualcuno la chiama “luce calda” intesa come altruismo puro. Interessante è il significato filantropico della “Warm-glow giving theory”, un tentativo di teoria economica dell’altruismo, formulata dall’economista James Andreoni nel 1990. Questa si spiega nel  momento in cui si compie un atto altrusitico come può essere quello della donazione, in cui le persone traggono beneficio massimizzando la propria funzione di utilità dall’atto: ad esempio donando somme per la ricerca medica, investendo per un bene comune umano universale. Un tentativo dunque dentro la disciplina dell’economia politica di fare i conti con la prospettiva relazionale.

Ripensiamo invece a quanta fatica facciamo a riconoscere l’altro attraverso un comportamento generoso e un’emozione di bene. Saper gioire della gioia altrui è un gesto di profonda gentilezza anche nei nostri confronti e deriva da quella dimensione che io chiamo “sensibilità etica”. Credo che all’interno di un processo di ricerca interiore coltivare la dimensione etica non significhi nè seguire dogmaticamente dei precetti morali e nemmeno rompere con tutte le regole affermando che la morale non esista. La sensibilità etica si manifesta in un agire corretto, appropriato e salutare. Ritrovo molto educativo lo Yoga in questo, perchè dà molta importanza alla condotta umana nei confronti degli altri. Nella pratica attraverso gli otto passi ( o gli otto stadi di evoluzione, vedi lo Yogasutra di Patanjali) i primi due definiscono la base per un comportamento retto. Sono regole  contenute in Yama e Niyama, che orientano la dimesione morale, attraverso atteggiamenti che vanno praticati prima con se stessi, poi nella relazione con gli altri e infine con il  mondo.  Yama sono insieme di comportamenti o di principi universali che orientano la nostra vita nel rispetto verso gli altri, sono linee guida che rendono felici le relazioni (come ad esempio l’onestà, la sincerità, la non violenza). Niyama sono linee guida personali o qualità interiori (virtù) che permettono di vivere una vita armoniosa con noi stessi e sono la base per poter realizzare le qualità Yama; per esempio, la contentezza e l’appagamento se interiorizzati saranno praticati come motivo di non violenza ed onestà verso l’altro. La gentilezza dunque è “morbidezza del cuore” e richiede una sorta di allenamento; a questo proposito non credo nella concezione primtiva della bontà umana del filosofo illuminista Jean-Jacques Rousseau, nè in quella della malvagità umana di Thomas Hobbes. Credo che l’uomo nasca con un potenzale che verrà influenzato da variabili complesse, bene e male, altruismo ed egoismo appartengono entrambe alla natura umana, determinando un’abivalenza che non permette di spiegare e di prevedere il comportamento in compartimenti stagni. Certo il male è dove, nel processo complesso dell’esperienza, prevalentamente non si ascolta la voce dell’altro. Credo che i vissuti e la storia di ognuno di noi siano il frutto di un equilibrio dinamico di istanze contrapposte, spesso in conflitto. È la consapevolezza la via per poter prendere contatto con la nostra vera natura, con i sentimenti che proviamo, buoni e cattivi, perchè dettati dalle circostanze, ma che richiedono una capacità di padroneggiarli senza vergogna. Per questo credo che ci si debba allenare per rendere morbido il cuore, per poter gioire per l’altro, per provare quella sensazione positiva e poterla condividere anche quando siamo difronte alla felicità, al piacere, alla gioia di un’ altra persona.

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Ogni persona crea un territorio di condivisione all’interno dello scambio relazionale perchè la condivisione è un elemento di conferma. Nella disconferma infatti si nega non tanto il contenuto della comunicazione ma il valore della persona. Vedersi e sentirsi contributivi e non ostacolanti con gli altri è fonte di benessere e richiede un investimento  minimo. Un saluto, un sorriso, un buon giorno al mattino, un grazie, un’ affermazione di scusa, un chiedere come stai, un complimento, credo facciano bene e creino dei vantaggi nella vita di tutti i giorni. E mi riferisco anche agli ambienti di lavoro dove Manager illuminati costruiscono esattamente dinamiche che radono a zero questi valori umani e si illudono di poter usare meglio il loro potere creando delle logiche che stimolano la compezione e l’astio tra colleghi. Ambienti nei quali prevalgono atteggiamenti ipocriti ed antagonisti e le persone si nutrono di questo senza capire che il benessere e la motivazione saranno le sole leve produttive. Gli autori di queste dinamiche sono quelle persone che guardacaso vivono d’invidia e di arrivismo, perfetti condottieri di relazioni malate. Probabilmente non sono, e non diveteranno, persone felici.

Faccio un passo avanti perchè il parlare di attitudine e di allenamento, uno come orientamento l’altro come processo, entrambi elementi che implicano le condizioni per creare benessere, mi portano a toccare il significato di Compassione. Quel sentimento non solo emaptico ma altruistico che ci porta a rispettare profondamente l’altro nel suo stato di sofferenza. E ci allena ad ascoltarlo, oltre alle sue parole, per comprendere quello che sta provando se volessimo liberarlo dal suo stato, come ci insegnano i buddhisti del Tibet, solo attraverso una serena equanimità. Come? Anche molto semplicemente attraverso l’uso di  atteggiamenti autentici,  cercando di sospendere il giudizio e di metterci in connessione. Per fare questo c’è  bisogno di molto garbo e di modi anche molto sempici come ascoltare per prima cosa in maniera piena, usare un tono di voce accogliente, guardare negli occhi, essere semplici nel dire le cose , usare il “per favore” quando si chiede, sorridere. Personalmente gradisco quelli che portano armonia negli ambienti, di lavoro, di vita, nelle relazioni sociali, amicali, morose, e che pur mantenendo fede al proporio pensiero, sono in grado di essere corretti, attenti agli altri, fermi ma educati, senza per questo essere appiccicosi. Esserlo richiede cura e accudimento prima di se stessi, controllo dei propori schemi mentali, pratica quotidiana nell’uso della fiducia  ed un atteggiamento ottimista inteso come confidente nell’esito positivo degli eventi. Per questo smontiamo il fraintendimento che essere gentili sia sintomo di debolezza o di ipocrisia, dobbiamo ammettere invece che esserlo sia una forza e una grande risorsa, una pratica contagiosa e seduttiva, che genera vantaggi ed energie benefiche e virtuose. Disarmiamoli dunque questi arrabbiati cronici e crediamoci che per quanto piccolo, nessun atto di gentilezza è sprecato.

(Consigliato il libro di Adam Phillips e Barbara Taylor “Elogio alla Gentilezza”, tra psicoanalisi e storia la ricerca della trasformazione di un valore irrinuciabile)

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