Una ragione per esistere

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Sono sempre stata affascinata dal pensiero giapponese per tanti aspetti, ad iniziare dalla ricerca di armonia tipica della cultura, che prende corpo in moltissime forme espressive ed artistiche, in cui l’ideale della bellezza si esprime attraverso la ricerca dell’ordine e dell’armonia. Pensiamo alla religione, lo Shintoismo, che affonda le radici in un timore everenziale per la bellezza della natura, ma anche alla pittura, alla calligrafia fatta di sinogrammi tortuosi ma eleganti, liberati dall’uso sapiente del pennello,  all’ikebana ovvero l’arte di disporre i fiori con eleganza semplice fatta di ritmo e colore, alla cucina sofisticata e raffinata, sensibile ai cambi di stagione, alle cerimonie, come la più famosa quella del tè, che è qualcosa che va molto più in là della semplice preparazione di una bevanda. Questi aspetti sono l’esempio di quella forma di grazia, di purezza, di discrezione anche di impenetrabilità di questa cultura, di ricerca di contatto con la natura verso la quale nutrire una forma di rispetto e di tutela perchè da essa deriva l’equilibrio della vita.  Il pensiero che la cosa essenziale è quella che non è scritta nè detta, in modo che le le massime esperienze restano volutamente indefinite, velate dalla maestà dell’ignoto con un profondo rispetto verso gli dei e la natura, è molto distante dal pensiero occidentale, e per questo, per me prepotentemente intrigante. Ritornando alla pratica delle cerimonie, dietro le quali si nasconde una filososia di vita, fino a diventare una forma d’arte, pensiamo al rituale della cerimonia del tè, come voluta dal mestro indiscusso Rikyù, è possibile comprendere i profondi significati nascosti ditero ogni piccolo gesto.

E’ curioso che sia considerata l’espressione più pura dell’estetica zen, tanto che un adagio giapponese dice “tè e zen un unico sapore”.  All’interno di questa cerimonia, così come in quella della cura del giardino zen, si muovono i quattro principi basilari che riassumono e rappresentano la modalità con cui si ispirano tutti i linguaggi scolastici nipponici. Ed è questo che trovo interessante, e che spiega bene l’approccio alla vita, l’intensità data al comportamento, l’importanza a quei valori che sono la base dell’etica, della vita umana e sociale. I rituali si ispirano al senso di armonia dell’universo e permettono di esprimere quei valori del wabi, la bellezza dell’austerità, la ricerca della povertà intesa come l’allontanamento dall’ostentazione, e del sabi, l’eleganza e la serenità di un tempo passato, quella patina sottile del tempo che rende gli oggetti affascinanti per la dignità con cui portano il peso dei loro anni. Tutto s’ispira al concetto di pace e di equilibrio come la ricerca di quel giusto mezzo, come capacità di affrancarsi da ogni pretesa e da ogni estremismo, di rispetto come riconoscimento di ogni persona, cosa, oggetto, portatrice di un’innata dignità, base per comprendere la comunione dell’essenza di tutto ciò che ci circonda; la purezza intesa come la parte che assieme a ciò che è impuro, essendo entrambi partecipanti  alla realtà umana, stimola la ricerca del bello, inteso non solo come tale dal punto di vista estetico ma soprattutto morale, mentale, ed infine la tranquillità come quella condizione di serenità personale che richiede un lavoro interiore, che è raggiungibile attraverso una moadalità di vedere le cose e di vivere la vita con un approccio positivo e amorevole.

Il concetto di bello è la predisposizione d’animo che ci porta a cercare quell’aspetto nella transitorietà degli eventi, ritrovandolo anche nella decadenza, nell’accettazione della fine delle cose, così vale per la vita, le stagioni, le opere. Il filosofo Motoori Norinaga (esponenete della corrente che coniuga confucianesimo e buddhismo) nel XVIII secolo, parla della visione della bellezza, che conduce ad una profonda malinconia, data dalla consapevolezza della fine di ogni cosa, che porta la nostalgia, ma contempla la capacità di accettare questa condizione inesorabile del ciclo della vita, dello scorrere implacabile delle cose, e di  goderne, anche attraverso la possibilità di aggiustare un’ imperfezione, di vivere con naturalezza e anche attraverso la casualità. La coscienza estetica trascende l’aspetto esteriore, perchè il bello è anche ciò che è imperfetto.

Mi affascina l’ attenzione alla relazione, che spinge le persone a sviluppare un senso di reciprocità molto forte e a dare origine a dinamiche in cui l’aspetto del “prendersi cura di” non solo viene vissuto come un compito ma sentito come un qualcosa che infonde valore alla persona. Pensiamo alla figura della Geisha, che racchiude il segreto di bellezza e fascino e che detta una tradizione molto forte nella cultura nipponica. La cura della bellezza esteriore non va coltivata senza quella interiore, la ricerca della femminilità e della sensualità determinano l’unicità della persona. La delicatezza direi molto affascinante di questa figura si esprime attraverso modi delicati e garbati, l’uso della voce morbido ed uno stato d’animo che trasuda l’orgoglio di essere donna. La capacità di esaltare intelligenza e talento, avviene attraverso la cura della cultura, la capacità di coltivare i propri interessi e condividerli con il proprio partner dentro una relazione di confronto paritario e impreganto di umiltà, non di obbedienza e sottomissione, come incece la falsa visione di questa figura può aver indotto a credere. La capacità di mettere a proprio agio l’ospite è l’attitudine speciale, che comporta la capacità di essere premurosa ma non servile, cosa non banale per la donna, che attraverso un comportamento fatto di piccole attenzioni, dimostra la maturità e la consapevolezza dell’affetto in un legame duraturo. Grate, empatiche a caute queste figure sanno esprimere la riconoscenza in ogni situazione, manifestano la stima e sanno usare sapientemente la conversazione, che diventa un’arte, nella scelta delle parole giuste, espresse con cura, nell’uso dell’ascolto,  nella valorizzazione di tutti i cinque sensi, nell’esposizione del proprio pensiero. Mi rendo conto di essermi dilungata su questa figura ma ammetto che il mondo di queste donne ha un significato per me molto speciale. Chi non ha letto Memorie di una Geisha di Arthur Golden, romanzo documentario da cui è stato tratto l’omonimo famoso celebre film, o La Luce della Luna di Kafu Nagai, o Il Mondo dei fiori e dei salici di Masuda Sayo, o la Virtù Femminile di Harumi Setouchi, che consiglio di leggere, a chi ha come me la curiosità di conoscere in modo approfondito e preciso il mito  della figura più intrigante tra il XVIII e XIX secolo.

In questa cultura, dentro questo pensiero nasce anche il concetto di IKIGAI. E’ il termine con cui si intende la ragione di vita, o meglio la ricerca del senso della vita, che ci porta ad interrogarci ogni giorno su cosa è importante, per dare un significato al modo in cui viviamo. Questo concetto ha una molteplicità di sensi che derivano dai simboli di cui è composto e che già ci introducono al concetto. IKI ha una radice che significa puro, o comunque “un appetito nei confronti della vita” o “cosa degna di considerazione” che possimo tradurre con vivere,  e GAI con scopo, qualità, ragione d’essere.ikigai concept diagram by Dominique Allmon.jpg

Io lo ho chiamato “una ragione per esistere” perchè è quel sentimento di amore per la vita e di appagamento, soddisfazione interiore come prima dimensione, che si esprime poi, come conseguenza, nelle modalità di condurre la propria vita, si riferisce ad azioni concrete, all’orientamento  con cui stiamo in rapporto con gli altri, alla definizione dei desideri e degli obiettivi personali. Si sviluppa più precisamente in quattro aree tematiche che sono molto collegate, sono interdipendenti e interconnesse,  determinano 4 concetti che sono: la Passione ovvero cosa ci accende, il vero motore di ogni attivazione, questo ci chiede di interrogarci sul “che cosa ci piace fare”, perchè è da questa direzione che la Missione prende forma. Essa parte sempre dalle cose che amiamo fare e delle quali anche il mondo ha bisogno. Lo scopo che sentiamo  di avere spesso ci conduce a creare, a dare vita ad un qualcosa nel mondo, a un lasciare un’impronta. Questo percorrere una certa strada,  spesso ci conferma la Vocazione, l’espressione di ciò che sono bravo, che so fare bene, quel qualcosa che determina la mia unicità, che potrebbe determinare la Professione, cioè il ruolo o il compito che permetterà di definirci nel lavoro ed ottenere una posizione nel mondo, determinando un valore che necessita essere ricompensato o ripagato.

Avere un ikigai e ricoscerlo ogni mattina richiede di tradurlo in un’esistenza vissuta, attraveso una meta da raggiungere. Il senso spesso è dato dall’istinto, sicuramente ha un risvolto personalissimo e intimo (ciò che per me è appagante non lo è per un altra persona), è un qualcosa di nostro, radicato, profondo, distante dalle aspettative e dalle proiezioni delle persone che ci gravitano attorno.

Gli studi e le ricerche dimostrano che le persone che hanno obiettivi chiari nella vita hanno anche profili biologici e ormonali più sani: pare vi sia una correlazione tra aspetti esistenziali, condizioni di salute e longevità. Questo è stato confermato da uno  studio, da un’indagine della facoltà di Medicina dell’Università del Giappone, in cui sono state coivolte più di quarantamila persone, le quali dichiarando di vivere con un preciso Ikigai, hanno mostrato avere un’attenzione più mirata alla qualità della vita, intesa come sana alimentazione e attività fisica corretta. Inoltre, pare che un elemento importante nella vita di queste persone, ed in particolare per gli abitanti di dell’isola di Okinawa, longevi, centenari, fosse il forte spirito di appartenenza ed una vita vissuta con un senso molto spiccato per  la comunità. Questo comporta forti interazioni sociali e rapporti di solidarietà tra i membri delle comunità dell’isola che mostrano una particolare longevità, correlata ad alti livelli di salute e mancanza di malattia. La cosa che mi colpisce e che mi fa rilfettere è la modalità con cui questa popolazione ha impostato la conduzione di vita, caratterizzata da una volontà di indipendenza, che spinge ognuno a trovare il proprio modo di cavarsela in maniera autonoma ma riconoscendosi profondamente nella comunità, mettendo in atto comportamenti attenti e solidali, di reciproco aiuto e supporto, aspetto che pare  funzioni come un potente generatore di senso. Questo spiega bene il significato di missione ed obbedisce ad una necessità di senso profonda, ovvero ciò di cui il resto del mondo ha bisogno.  Martin Seligman, il padre della “psicologia positiva” infatti ritiene che il coltivare relazioni stabili con chi ricerca il nostro sostegno, determina un doppio valore: da una parte ci attrezza a sviluppare risorse che ci aiuteranno a far fronte ai problemi personali, ma sorretti dalla rete della comunità, o del gruppo, potremo contare su di una base sicura, nel momento del bisogno. Un buon mix di ingredienti fatti di autostima e di eterostima.

Conoscere il senso della nostra esistenza ci permette anche di avere attenzione e cura nei nostri confronti, attraverso la pratica di alcuni comportamenti e abitudini sane. La respirazione consapevole ci spinge a portare attenzione più volte durante la giornata verso il nostro respiro fatto di inspirazione ed espirazione, in modo calmo e profondo. L’alimentazione sana, managiare in modo equilibrato, con scarso apporto di grassi, sodio e zuccheri. Svolgere attività fisica. Dormire bene. Avere un equilibrio tra vita/lavoro, riuscendo a valorizzare le nostre risorse investendole al massimo nel lavoro, ma recuperando con momenti di distensione, sincronizzandoci con il proprio ritmo interiore. Coltivare la resilienza, superando i momenti di stress e di affaticamento psico fisico, ritrovando il proporio equilibrio, imparando dalle difficoltà. Vivere con le persone, stare a contatto degli amici, coltivare delle amicizie significative, essere innamorati, provare passione ed entusiasmo per chi abbaimo scelto come compagni di viaggio, e nei confronti delle cose che ci piace fare, nel portrae avanti i nostri obiettivi. Avere passione richiede di cercare e scegliere, ma anche superare certe paure e correre dei rischi, significa essere coscienti della propria realtà. Molto spesso siamo catturati  da un immobilismo che ci tiene ancorati agli schemi che ci rassicurano perchè contengono l’imprevedibilità, ma ci rendiamo conto che questo non ci porta entusiasmo. Umberto Galiberti aveva definito la passione pagana perchè non obbedisce a regole, ignora la misura, si muove in quel confine, dove ogni calcolo è abolito. Una sfida continua dunque, in parte visionaria come la definiva Stendhal. E’ vero come lui sostiene che la passione trasfigura e vive di fantasia, perchè mette in moto l’immaginazione e attiva l’aspettativa e la speranza, tanto che chi ha più fantasia rischia maggiormente di essere travolto dalla passione o come lui dice “a ripagarsi con una moneta che conia da sè, evitando per sempre la noia”.

State seduti senza fare niente. Seduti e basta. Non fate nulla e potreste riuscire a sentire il vostro cuore. (MayaAngelou).

Credo davvero sia più il cuore a comunicare il significato della nostra vita, mettendoci in relazione con una fonte di conoscenze più grande, cui la mente non potrebbe accedere. Lì sta davvero il nostro Ikigai.

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