Quanto sappiamo riconoscere il nostro valore?

 

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Photo by Dhyamis Kleber on Pexels.com

Spesso mi interrogo su questa dimensione, perchè nel lavoro che svolgo, frequentemente difronte alla domanda “quali sono i suoi punti di forza?”, emergono delle strane e complesse reazioni nell’interlocutore o cliente.

Forse è difficile valutarsi, in parte perché questa cosa non ci è stata insegnata a scuola, così come dare il nome alle emozioni, parlare dei sentimenti, e da grandi, fare attenzione alle capacità, riconoscere i nostri successi e saper definire con chiarezza gli obiettivi primari. Allo stesso modo vale anche quando ci muoviamo nei lati oscuri e nelle ombre della nostra personalità, ma forse non sempre in modo così complesso. Perché entriamo in confusione quando ci viene chiesto di valutarci?

E perché nel nostro mondo immaginifico vediamo un giudice che ci osserva beffardo e  sembra criticarci se riusciremo, prendendo spunto dai nostri risultati, a sostenere le nostre qualità, pregi, meriti, doti? Forse penseremo che riconoscere tutto questo significhi lodarsi e di conseguenza, un retaggio di una cultura a stampo cattolico tradizionalista che ci impone l’umilità, ci fa sentire presuntuosi? O talvolta,  addirittura impostori?

L’essere capaci di parlare di sé, con benevolenza, senza giudizio, ci permetterebbe di esaminare le cose più da vicino e cogliere i dettagli che rischiamo di non vedere. Uno sguardo benevolo porta con sé maggiore oggettività, esplora le cose con curiosità infantile, vede le imperfezioni, ma  coglie la nostra realtà così come è, permettendoci di pensare “non siamo sbagliati, siamo quello che siamo”. Forse questa è la via più leggera per condurci ad una buona consapevolezza che è alla base della nostra autostima. Ma non sempre chi non riesce a riconoscere i propri successi, è persona con bassa autostima, infatti questo fenomeno che è stato denominato “Sindrome dell’impostore”, coniato nel 1978 da due psicologhe americane, Pauline  Rose Clance e Suzanne Imes, descrive la condizione molto diffusa tra le persone, che determina un’incapacità di interiorizzare gli esiti positivi delle proprie azioni, seppur riconosciute socialmente, per un timore di essere definite o considerate “impostori”o “millantatori”. Pare che questo atteggiamento sia molto diffuso tra le donne di successo, ma gli studi confermano essere presente anche negli uomini. Dall’altra troviamo la dimensione speculare, in cui una forma di distorsione cognitiva, provoca invece una tendenza nelle persone inesperte e impreparate a sopravvalutarsi, rendendole così supponenti (effetto Dunning-Kruger). Quindi la cosa molto strana è che, la mancanza, spesso porti ad un’ incapacità di riconoscere i propri limiti, soprastimandosi,  priva di intento di menzogna, mentre il possesso di una reale competenza, possa determinare una percezione debole o mancante di essa, nonostante l’evidenza di risultati molto alti. Il timore ricorrente in queste persone sembra dunuque quello di essere impostori, ovvero falsi ed ipocriti (fake o fraud), e di non meritarsi il successo ottenuto,  con la paura che qualcuno possa accorgersi di una finzione e di essere dunque smascherati, condizione definita anche appunto “sindrome delle persone capaci”. Spesso queste persone attribuiscono i propri risultati al caso e alla fortuna o a forze esteriori,  a sfide troppo facili o condizioni di partenza agevolate,  e la storia ce lo dimostra: pensiamo per esempio ad un  Pablo Picasso che si definiva un bluff o un Neil Armstrong che dubitava del suo successo, famose attrici, scrittori, musicisti, professionisti, medici,  ma ciò che proccupa pare sia che tra i millennials questo appaia come un dato molto presente: i giovanissimi dichiarano spesso di sentirsi “non adatti” e attribuiscono i loro meriti al caso. Sembra abbastanza comune il sentimento di non sentirsi completamente adeguati, pur essendo preparati o con un base solida di esperienza, nel caso degli adulti, ma per entrambi avviene lo stesso meccanismo di delegittimazione. Gli studi svolti confermano che sia molto presente questa condizione mentale, e che tutti siamo potenzialmente vittime di questo fenomemo, sembra che il 70% delle persone passi attraverso questa fenomenonologia nel corso della propria vita, forse potenziata dal mondo nel quale viviamo ipercompetitivo e sempre più incerto. Le vittime maggiori sembrano essere  paradossalmente persone che abbiano messo in atto capacità o raggiunto certi risultati, proattive, preparate, capaci. Ciò che gioca al ribasso è il senso di potere  (l’essere in grado), la bassa fiducia generalizzata delle proprie competenze, il debole senso di autoefficacia,  non solo intesa come capacità di vedere quelle competenze ma anche di  essere attori e consapevoli di esse, non sabotandole.

Persone dunque che non sono incapaci, ma che pensano di esserlo, manifestano un comportamento che soffre di un’incapacità percepita, e spesso lo pensano confrontandosi con modelli di perfezione che non esitono.  Vale dunque il detto “siamo quello che pensiamo”, ovvero, dove mettiamo in atto il giudizio, ci condizioneremo nel pensare, inoltre il  non essere presenti (qui ed ora) mentre si agisce, tenderà ad aumentare l’automonitoraggio, e il guardarsi addosso diventerà cecità, con il rischio di paralizzare  la capacità di analisi.

Poniamoci delle domande:Risultati immagini per sindrome dell'impostore immagini

sono riuscito ad andare oltre alle emozioni e ai pensieri?

sono stato focalizzato sull’azione?

uso la consapevolezza? mi chiedo come ho contribuito alla realizzazione del mio successo? sono capace di spiegarmelo?

faccio un’analisi delle competenze? cosa penso di tutto ciò che ho realizzato fino ad oggi, nella vita?

 cosa penso quando commetto un errore?

cosa penso quando ho successo?

sono capace di congratularmi quando ho raggiunto un traguardo?

cosa mi succede quando ricevo una critica costruttiva?

ho temuto ancora di ingannare qualcuno quando ho avuto successo?

Dopo questo piccolo esercizio di consapevolezza, forse ci sarà più facile capire il rapporto che abbiamo con la nostra autostima, ma non dimentichiamoci di concentrarci maggiormente sull’azione e meno sul pensiero, quotidianamente. Prendiamoci piccoli rischi ed osiamo, cogliamo le occasioni e rimaniamo affamati di curiosità, aperti ed appassionati alle nostre attività quotidiane, confidenti sui possibili margini di miglioramento, focalizzati sul valore che portiamo, seppur tolleranti con le nostre imperfezioni e infine, premiamoci per i risutati raggiunti.

Consiglio di leggere e vedere i video e gli speack di Alain de Bottom su questo tema.

 

 

 

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