il rosa, un colore emozionale

Io credo nel rosa, io credo che ridere sia il modo per bruciare calorie, io credo nei baci, molti baci . Io credo nel diventare forte quando tutto sembra andare storto. Io credo che le ragazze felici siano le ragazze più belle. Io credo che domani sarà un altro giorno ed io credo nei miracoli.  Audrey Hepburn

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Molto curiosa la storia del colore rosa, il quale per molto tempo è stato un colore con caratteristiche maschili, derivando dal rosso, che rappresentava forza e carica vitale dell’uomo, ma con una dimensione di purezza e spiritualità, determinata dalla presenza del bianco. Simbolicamente rappresenta la speranza: è un colore positivo che ispira sentimenti di benevolenza, conforto, ha il potere di sedare le energie emozionali, allevia i sentimenti della rabbia, aggressione, risentimento, abbandono e rifiuto. Per questi effetti sul sistema nervoso, viene usato spesso in cromoterapia per controllare gli stati aggressivi. Come combinazione tra il bianco ed il rosso, il rosa contiene il bisogno di azione del rosso e la capacità intuitiva del bianco, come per moderare la passione fisica del rosso, sostituendola con un’energia più gentile e amorevole. Vive male i compromessi: in genere è amato o è odiato. Simboleggia anche la capacità di aprirsi al prossimo in un continuo scambio di dare e ricevere, infonde inoltre la capacità di perdono, rappresenta il lato tenero ed affettuoso della persona, infatti può essere respinto proprio per questo motivo, da chi vede nel colore una  dimensione di vulnerabilità.

Diviene il colore femminile solo a partire dagli anni Venti del secolo scorso; fino a tutto il ‘700 bambini e bambine indossavano indifferentemente l’azzurro e il rosa, pare che solo con la fine gli anni Cinquanta si consolidò l’idea della diversità dei due colori con un più marcato orientamento di genere. Gli uomini iniziarono a vestire di scuro per motivi professionali, legati principalmente al mondo degli affari, e le donne iniziarono a prediligere abiti chiari e delicati, più consoni al loro ruolo di madri e per distinguersi. Le strategie di marketing diventarono sempre più vincenti ed una serie di successi consolidarono la “femminilizzazione” del rosa. Proprio la Bambola Barbie, che arriva sul mercato negli anni in cui sembrava stabilirsi il concetto che il rosa fosse colore femminile, aiutò a rafforzare questa decisione.rendering_of_paul_smith_rainbow_wall_-_h_2017

Personalmente trovo questo colore speciale per esprimere delicatezza e dolcezza, talvolta anche seduzione se usato con attenzione e garbo, accostato ad altri colori, scelto nel mood giusto e nelle occasioni in cui è concesso.

Paul Smith ha dedicato al colore rosa le pareti del suo negozio di West Hollywood a Los Angeles, famosissimo e celebre per la scelta di grande visibilità, tale da essere diventato “Instagramissimo” in breve tempo.

Saper giocare con il rosa è divertente e, sono convinta che, indossato saggiamente in contesti anche professionali, possa smorzare alcune spigolosità perché energeticamente e visibilmente portatore di armonia e  gentilezza. Le ricerche scientifiche dimostrano gli effetti rilassanti di una certa tonalità di rosa, capace di abbassare le tensioni muscolari ed il battito cardiaco. In seguito a questa scoperta fu utilizzato in alcune prigioni americane per indurre i detenuti a mantenere un comportamento tranquillo  ed i risultati furono sorprendenti: l’Istituto di correzione della Marina dello stato di Washington registrò un drastico calo degli episodi di violenza, cosa che spinse la direzione a mantenere il colore fino ad oggi.

Vasilij Kandinskij sosteneva che il colore è un potere che influenza direttamente l’anima (il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima, il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima è il pianoforte dalle molte corde), ed infatti è dimostrato quanto il significato del colore sia importante per la sfera emotiva e comunicativa dell’uomo. Gli studi confermano, forse banalmente, che le emozioni positive sono sempre associate a colori chiari, mentre le negative a quelli scuri, ne deriva che la scelta che noi facciamo dei colori esprima messaggi più o meno consapevoli, impattando a livello fisico e psicologico e diventando strumento di comunicazione non verbale potente. Questo perché i colori sono costituiti da lunghezze d’onda che vengono percepite fisiologicamente in maniera spontanea e registrate nel sistema limbico, quella parte del nostro cervello che controlla il comportamento emozionale. Pensiamo al test dei colori che Max Luscher inventò nel 1947, diventando un ottimo test sia per gli adulti che per i bambini, per la conoscenza non solo di alcuni disagi ma anche delle loro predisposizioni emotive.

Saper scegliere e usare i colori diventa una competenza sociale, oltre che una scelta consapevole, in cui il  permettersi di usare (e osare) o cambiare il colore dell’abito che portiamo, soprattutto per noi donne, cogliendo questo vantaggio sull’uomo, non esprime per nulla frivolezza ma una decisione comportamentale. Così facendo esprimeremo molto chiaramente il nostro stile, sapendo in primo luogo che, attraverso il colore determineremo, portandolo e nello stesso modo avremo,  vedendolo nell’altro, reazioni psicofisiche e significati emotivi specifici, indipendenti dalla cultura a cui apparteniamo. In secondo luogo a questo si aggiunge l’atteggiamento che verrà assunto nei confronti di un colore, determinato invece dall’aspetto culturale, educativo e personale, individuale di ognuno di noi. Per fare un esempio, il nero è un colore oscuro, diventato nei paesi occidentali il colore funerario, ma anche il colore dell’eleganza e della sobrietà, a differenza del bianco che rappresenta luminosità a cui si associa il concetto di purificazione, minimalismo, semplicità. Sono le culture a scegliere il colore dunque per simboleggiare il significato in base all’atteggiamento o condotta nei confronti di un determinato contesto o consuetudine (non andremo probabilmente ad un funerale vestiti di rosso, o ad un matrimonio vestiti di bianco), tuttavia ci rendiamo conto ogni giorno quanto il colore abbia una forte connotazione persuasiva (per questo è diventato strategico strumento di vendita).

Credo davvero che lo stile sia l’abito dei nostri pensieri, non solo stoffa ma anche molta personalità.

Quanto sappiamo riconoscere il nostro valore?

 

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Spesso mi interrogo su questa dimensione, perchè nel lavoro che svolgo, frequentemente difronte alla domanda “quali sono i suoi punti di forza?”, emergono delle strane e complesse reazioni nell’interlocutore o cliente.

Forse è difficile valutarsi, in parte perché questa cosa non ci è stata insegnata a scuola, così come dare il nome alle emozioni, parlare dei sentimenti, e da grandi, fare attenzione alle capacità, riconoscere i nostri successi e saper definire con chiarezza gli obiettivi primari. Allo stesso modo vale anche quando ci muoviamo nei lati oscuri e nelle ombre della nostra personalità, ma forse non sempre in modo così complesso. Perché entriamo in confusione quando ci viene chiesto di valutarci?

E perché nel nostro mondo immaginifico vediamo un giudice che ci osserva beffardo e  sembra criticarci se riusciremo, prendendo spunto dai nostri risultati, a sostenere le nostre qualità, pregi, meriti, doti? Forse penseremo che riconoscere tutto questo significhi lodarsi e di conseguenza, un retaggio di una cultura a stampo cattolico tradizionalista che ci impone l’umilità, ci fa sentire presuntuosi? O talvolta,  addirittura impostori?

L’essere capaci di parlare di sé, con benevolenza, senza giudizio, ci permetterebbe di esaminare le cose più da vicino e cogliere i dettagli che rischiamo di non vedere. Uno sguardo benevolo porta con sé maggiore oggettività, esplora le cose con curiosità infantile, vede le imperfezioni, ma  coglie la nostra realtà così come è, permettendoci di pensare “non siamo sbagliati, siamo quello che siamo”. Forse questa è la via più leggera per condurci ad una buona consapevolezza che è alla base della nostra autostima. Ma non sempre chi non riesce a riconoscere i propri successi, è persona con bassa autostima, infatti questo fenomeno che è stato denominato “Sindrome dell’impostore”, coniato nel 1978 da due psicologhe americane, Pauline  Rose Clance e Suzanne Imes, descrive la condizione molto diffusa tra le persone, che determina un’incapacità di interiorizzare gli esiti positivi delle proprie azioni, seppur riconosciute socialmente, per un timore di essere definite o considerate “impostori”o “millantatori”. Pare che questo atteggiamento sia molto diffuso tra le donne di successo, ma gli studi confermano essere presente anche negli uomini. Dall’altra troviamo la dimensione speculare, in cui una forma di distorsione cognitiva, provoca invece una tendenza nelle persone inesperte e impreparate a sopravvalutarsi, rendendole così supponenti (effetto Dunning-Kruger). Quindi la cosa molto strana è che, la mancanza, spesso porti ad un’ incapacità di riconoscere i propri limiti, soprastimandosi,  priva di intento di menzogna, mentre il possesso di una reale competenza, possa determinare una percezione debole o mancante di essa, nonostante l’evidenza di risultati molto alti. Il timore ricorrente in queste persone sembra dunuque quello di essere impostori, ovvero falsi ed ipocriti (fake o fraud), e di non meritarsi il successo ottenuto,  con la paura che qualcuno possa accorgersi di una finzione e di essere dunque smascherati, condizione definita anche appunto “sindrome delle persone capaci”. Spesso queste persone attribuiscono i propri risultati al caso e alla fortuna o a forze esteriori,  a sfide troppo facili o condizioni di partenza agevolate,  e la storia ce lo dimostra: pensiamo per esempio ad un  Pablo Picasso che si definiva un bluff o un Neil Armstrong che dubitava del suo successo, famose attrici, scrittori, musicisti, professionisti, medici,  ma ciò che proccupa pare sia che tra i millennials questo appaia come un dato molto presente: i giovanissimi dichiarano spesso di sentirsi “non adatti” e attribuiscono i loro meriti al caso. Sembra abbastanza comune il sentimento di non sentirsi completamente adeguati, pur essendo preparati o con un base solida di esperienza, nel caso degli adulti, ma per entrambi avviene lo stesso meccanismo di delegittimazione. Gli studi svolti confermano che sia molto presente questa condizione mentale, e che tutti siamo potenzialmente vittime di questo fenomemo, sembra che il 70% delle persone passi attraverso questa fenomenonologia nel corso della propria vita, forse potenziata dal mondo nel quale viviamo ipercompetitivo e sempre più incerto. Le vittime maggiori sembrano essere  paradossalmente persone che abbiano messo in atto capacità o raggiunto certi risultati, proattive, preparate, capaci. Ciò che gioca al ribasso è il senso di potere  (l’essere in grado), la bassa fiducia generalizzata delle proprie competenze, il debole senso di autoefficacia,  non solo intesa come capacità di vedere quelle competenze ma anche di  essere attori e consapevoli di esse, non sabotandole.

Persone dunque che non sono incapaci, ma che pensano di esserlo, manifestano un comportamento che soffre di un’incapacità percepita, e spesso lo pensano confrontandosi con modelli di perfezione che non esitono.  Vale dunque il detto “siamo quello che pensiamo”, ovvero, dove mettiamo in atto il giudizio, ci condizioneremo nel pensare, inoltre il  non essere presenti (qui ed ora) mentre si agisce, tenderà ad aumentare l’automonitoraggio, e il guardarsi addosso diventerà cecità, con il rischio di paralizzare  la capacità di analisi.

Poniamoci delle domande:Risultati immagini per sindrome dell'impostore immagini

sono riuscito ad andare oltre alle emozioni e ai pensieri?

sono stato focalizzato sull’azione?

uso la consapevolezza? mi chiedo come ho contribuito alla realizzazione del mio successo? sono capace di spiegarmelo?

faccio un’analisi delle competenze? cosa penso di tutto ciò che ho realizzato fino ad oggi, nella vita?

 cosa penso quando commetto un errore?

cosa penso quando ho successo?

sono capace di congratularmi quando ho raggiunto un traguardo?

cosa mi succede quando ricevo una critica costruttiva?

ho temuto ancora di ingannare qualcuno quando ho avuto successo?

Dopo questo piccolo esercizio di consapevolezza, forse ci sarà più facile capire il rapporto che abbiamo con la nostra autostima, ma non dimentichiamoci di concentrarci maggiormente sull’azione e meno sul pensiero, quotidianamente. Prendiamoci piccoli rischi ed osiamo, cogliamo le occasioni e rimaniamo affamati di curiosità, aperti ed appassionati alle nostre attività quotidiane, confidenti sui possibili margini di miglioramento, focalizzati sul valore che portiamo, seppur tolleranti con le nostre imperfezioni e infine, premiamoci per i risutati raggiunti.

Consiglio di leggere e vedere i video e gli speack di Alain de Bottom su questo tema.

 

 

 

Una ragione per esistere

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Sono sempre stata affascinata dal pensiero giapponese per tanti aspetti, ad iniziare dalla ricerca di armonia tipica della cultura, che prende corpo in moltissime forme espressive ed artistiche, in cui l’ideale della bellezza si esprime attraverso la ricerca dell’ordine e dell’armonia. Pensiamo alla religione, lo Shintoismo, che affonda le radici in un timore everenziale per la bellezza della natura, ma anche alla pittura, alla calligrafia fatta di sinogrammi tortuosi ma eleganti, liberati dall’uso sapiente del pennello,  all’ikebana ovvero l’arte di disporre i fiori con eleganza semplice fatta di ritmo e colore, alla cucina sofisticata e raffinata, sensibile ai cambi di stagione, alle cerimonie, come la più famosa quella del tè, che è qualcosa che va molto più in là della semplice preparazione di una bevanda. Questi aspetti sono l’esempio di quella forma di grazia, di purezza, di discrezione anche di impenetrabilità di questa cultura, di ricerca di contatto con la natura verso la quale nutrire una forma di rispetto e di tutela perchè da essa deriva l’equilibrio della vita.  Il pensiero che la cosa essenziale è quella che non è scritta nè detta, in modo che le le massime esperienze restano volutamente indefinite, velate dalla maestà dell’ignoto con un profondo rispetto verso gli dei e la natura, è molto distante dal pensiero occidentale, e per questo, per me prepotentemente intrigante. Ritornando alla pratica delle cerimonie, dietro le quali si nasconde una filososia di vita, fino a diventare una forma d’arte, pensiamo al rituale della cerimonia del tè, come voluta dal mestro indiscusso Rikyù, è possibile comprendere i profondi significati nascosti ditero ogni piccolo gesto.

E’ curioso che sia considerata l’espressione più pura dell’estetica zen, tanto che un adagio giapponese dice “tè e zen un unico sapore”.  All’interno di questa cerimonia, così come in quella della cura del giardino zen, si muovono i quattro principi basilari che riassumono e rappresentano la modalità con cui si ispirano tutti i linguaggi scolastici nipponici. Ed è questo che trovo interessante, e che spiega bene l’approccio alla vita, l’intensità data al comportamento, l’importanza a quei valori che sono la base dell’etica, della vita umana e sociale. I rituali si ispirano al senso di armonia dell’universo e permettono di esprimere quei valori del wabi, la bellezza dell’austerità, la ricerca della povertà intesa come l’allontanamento dall’ostentazione, e del sabi, l’eleganza e la serenità di un tempo passato, quella patina sottile del tempo che rende gli oggetti affascinanti per la dignità con cui portano il peso dei loro anni. Tutto s’ispira al concetto di pace e di equilibrio come la ricerca di quel giusto mezzo, come capacità di affrancarsi da ogni pretesa e da ogni estremismo, di rispetto come riconoscimento di ogni persona, cosa, oggetto, portatrice di un’innata dignità, base per comprendere la comunione dell’essenza di tutto ciò che ci circonda; la purezza intesa come la parte che assieme a ciò che è impuro, essendo entrambi partecipanti  alla realtà umana, stimola la ricerca del bello, inteso non solo come tale dal punto di vista estetico ma soprattutto morale, mentale, ed infine la tranquillità come quella condizione di serenità personale che richiede un lavoro interiore, che è raggiungibile attraverso una moadalità di vedere le cose e di vivere la vita con un approccio positivo e amorevole.

Il concetto di bello è la predisposizione d’animo che ci porta a cercare quell’aspetto nella transitorietà degli eventi, ritrovandolo anche nella decadenza, nell’accettazione della fine delle cose, così vale per la vita, le stagioni, le opere. Il filosofo Motoori Norinaga (esponenete della corrente che coniuga confucianesimo e buddhismo) nel XVIII secolo, parla della visione della bellezza, che conduce ad una profonda malinconia, data dalla consapevolezza della fine di ogni cosa, che porta la nostalgia, ma contempla la capacità di accettare questa condizione inesorabile del ciclo della vita, dello scorrere implacabile delle cose, e di  goderne, anche attraverso la possibilità di aggiustare un’ imperfezione, di vivere con naturalezza e anche attraverso la casualità. La coscienza estetica trascende l’aspetto esteriore, perchè il bello è anche ciò che è imperfetto.

Mi affascina l’ attenzione alla relazione, che spinge le persone a sviluppare un senso di reciprocità molto forte e a dare origine a dinamiche in cui l’aspetto del “prendersi cura di” non solo viene vissuto come un compito ma sentito come un qualcosa che infonde valore alla persona. Pensiamo alla figura della Geisha, che racchiude il segreto di bellezza e fascino e che detta una tradizione molto forte nella cultura nipponica. La cura della bellezza esteriore non va coltivata senza quella interiore, la ricerca della femminilità e della sensualità determinano l’unicità della persona. La delicatezza direi molto affascinante di questa figura si esprime attraverso modi delicati e garbati, l’uso della voce morbido ed uno stato d’animo che trasuda l’orgoglio di essere donna. La capacità di esaltare intelligenza e talento, avviene attraverso la cura della cultura, la capacità di coltivare i propri interessi e condividerli con il proprio partner dentro una relazione di confronto paritario e impreganto di umiltà, non di obbedienza e sottomissione, come incece la falsa visione di questa figura può aver indotto a credere. La capacità di mettere a proprio agio l’ospite è l’attitudine speciale, che comporta la capacità di essere premurosa ma non servile, cosa non banale per la donna, che attraverso un comportamento fatto di piccole attenzioni, dimostra la maturità e la consapevolezza dell’affetto in un legame duraturo. Grate, empatiche a caute queste figure sanno esprimere la riconoscenza in ogni situazione, manifestano la stima e sanno usare sapientemente la conversazione, che diventa un’arte, nella scelta delle parole giuste, espresse con cura, nell’uso dell’ascolto,  nella valorizzazione di tutti i cinque sensi, nell’esposizione del proprio pensiero. Mi rendo conto di essermi dilungata su questa figura ma ammetto che il mondo di queste donne ha un significato per me molto speciale. Chi non ha letto Memorie di una Geisha di Arthur Golden, romanzo documentario da cui è stato tratto l’omonimo famoso celebre film, o La Luce della Luna di Kafu Nagai, o Il Mondo dei fiori e dei salici di Masuda Sayo, o la Virtù Femminile di Harumi Setouchi, che consiglio di leggere, a chi ha come me la curiosità di conoscere in modo approfondito e preciso il mito  della figura più intrigante tra il XVIII e XIX secolo.

In questa cultura, dentro questo pensiero nasce anche il concetto di IKIGAI. E’ il termine con cui si intende la ragione di vita, o meglio la ricerca del senso della vita, che ci porta ad interrogarci ogni giorno su cosa è importante, per dare un significato al modo in cui viviamo. Questo concetto ha una molteplicità di sensi che derivano dai simboli di cui è composto e che già ci introducono al concetto. IKI ha una radice che significa puro, o comunque “un appetito nei confronti della vita” o “cosa degna di considerazione” che possimo tradurre con vivere,  e GAI con scopo, qualità, ragione d’essere.ikigai concept diagram by Dominique Allmon.jpg

Io lo ho chiamato “una ragione per esistere” perchè è quel sentimento di amore per la vita e di appagamento, soddisfazione interiore come prima dimensione, che si esprime poi, come conseguenza, nelle modalità di condurre la propria vita, si riferisce ad azioni concrete, all’orientamento  con cui stiamo in rapporto con gli altri, alla definizione dei desideri e degli obiettivi personali. Si sviluppa più precisamente in quattro aree tematiche che sono molto collegate, sono interdipendenti e interconnesse,  determinano 4 concetti che sono: la Passione ovvero cosa ci accende, il vero motore di ogni attivazione, questo ci chiede di interrogarci sul “che cosa ci piace fare”, perchè è da questa direzione che la Missione prende forma. Essa parte sempre dalle cose che amiamo fare e delle quali anche il mondo ha bisogno. Lo scopo che sentiamo  di avere spesso ci conduce a creare, a dare vita ad un qualcosa nel mondo, a un lasciare un’impronta. Questo percorrere una certa strada,  spesso ci conferma la Vocazione, l’espressione di ciò che sono bravo, che so fare bene, quel qualcosa che determina la mia unicità, che potrebbe determinare la Professione, cioè il ruolo o il compito che permetterà di definirci nel lavoro ed ottenere una posizione nel mondo, determinando un valore che necessita essere ricompensato o ripagato.

Avere un ikigai e ricoscerlo ogni mattina richiede di tradurlo in un’esistenza vissuta, attraveso una meta da raggiungere. Il senso spesso è dato dall’istinto, sicuramente ha un risvolto personalissimo e intimo (ciò che per me è appagante non lo è per un altra persona), è un qualcosa di nostro, radicato, profondo, distante dalle aspettative e dalle proiezioni delle persone che ci gravitano attorno.

Gli studi e le ricerche dimostrano che le persone che hanno obiettivi chiari nella vita hanno anche profili biologici e ormonali più sani: pare vi sia una correlazione tra aspetti esistenziali, condizioni di salute e longevità. Questo è stato confermato da uno  studio, da un’indagine della facoltà di Medicina dell’Università del Giappone, in cui sono state coivolte più di quarantamila persone, le quali dichiarando di vivere con un preciso Ikigai, hanno mostrato avere un’attenzione più mirata alla qualità della vita, intesa come sana alimentazione e attività fisica corretta. Inoltre, pare che un elemento importante nella vita di queste persone, ed in particolare per gli abitanti di dell’isola di Okinawa, longevi, centenari, fosse il forte spirito di appartenenza ed una vita vissuta con un senso molto spiccato per  la comunità. Questo comporta forti interazioni sociali e rapporti di solidarietà tra i membri delle comunità dell’isola che mostrano una particolare longevità, correlata ad alti livelli di salute e mancanza di malattia. La cosa che mi colpisce e che mi fa rilfettere è la modalità con cui questa popolazione ha impostato la conduzione di vita, caratterizzata da una volontà di indipendenza, che spinge ognuno a trovare il proprio modo di cavarsela in maniera autonoma ma riconoscendosi profondamente nella comunità, mettendo in atto comportamenti attenti e solidali, di reciproco aiuto e supporto, aspetto che pare  funzioni come un potente generatore di senso. Questo spiega bene il significato di missione ed obbedisce ad una necessità di senso profonda, ovvero ciò di cui il resto del mondo ha bisogno.  Martin Seligman, il padre della “psicologia positiva” infatti ritiene che il coltivare relazioni stabili con chi ricerca il nostro sostegno, determina un doppio valore: da una parte ci attrezza a sviluppare risorse che ci aiuteranno a far fronte ai problemi personali, ma sorretti dalla rete della comunità, o del gruppo, potremo contare su di una base sicura, nel momento del bisogno. Un buon mix di ingredienti fatti di autostima e di eterostima.

Conoscere il senso della nostra esistenza ci permette anche di avere attenzione e cura nei nostri confronti, attraverso la pratica di alcuni comportamenti e abitudini sane. La respirazione consapevole ci spinge a portare attenzione più volte durante la giornata verso il nostro respiro fatto di inspirazione ed espirazione, in modo calmo e profondo. L’alimentazione sana, managiare in modo equilibrato, con scarso apporto di grassi, sodio e zuccheri. Svolgere attività fisica. Dormire bene. Avere un equilibrio tra vita/lavoro, riuscendo a valorizzare le nostre risorse investendole al massimo nel lavoro, ma recuperando con momenti di distensione, sincronizzandoci con il proprio ritmo interiore. Coltivare la resilienza, superando i momenti di stress e di affaticamento psico fisico, ritrovando il proporio equilibrio, imparando dalle difficoltà. Vivere con le persone, stare a contatto degli amici, coltivare delle amicizie significative, essere innamorati, provare passione ed entusiasmo per chi abbaimo scelto come compagni di viaggio, e nei confronti delle cose che ci piace fare, nel portrae avanti i nostri obiettivi. Avere passione richiede di cercare e scegliere, ma anche superare certe paure e correre dei rischi, significa essere coscienti della propria realtà. Molto spesso siamo catturati  da un immobilismo che ci tiene ancorati agli schemi che ci rassicurano perchè contengono l’imprevedibilità, ma ci rendiamo conto che questo non ci porta entusiasmo. Umberto Galiberti aveva definito la passione pagana perchè non obbedisce a regole, ignora la misura, si muove in quel confine, dove ogni calcolo è abolito. Una sfida continua dunque, in parte visionaria come la definiva Stendhal. E’ vero come lui sostiene che la passione trasfigura e vive di fantasia, perchè mette in moto l’immaginazione e attiva l’aspettativa e la speranza, tanto che chi ha più fantasia rischia maggiormente di essere travolto dalla passione o come lui dice “a ripagarsi con una moneta che conia da sè, evitando per sempre la noia”.

State seduti senza fare niente. Seduti e basta. Non fate nulla e potreste riuscire a sentire il vostro cuore. (MayaAngelou).

Credo davvero sia più il cuore a comunicare il significato della nostra vita, mettendoci in relazione con una fonte di conoscenze più grande, cui la mente non potrebbe accedere. Lì sta davvero il nostro Ikigai.

gentile=perdente VS gentile=felice

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Poter gioire per un qualcosa che proviene dall’altro e sentire che quel sentimento è vero e genuino. Questo per me questo ha il significato di gentilezza.

Mi rifaccio al concetto di Mudita (la gioia partecipe), quella di cui parla il Dalai Lama, dicendo che se fosse felice solo per ciò che gli accade avrebbe ben poche opportunità per esserlo. Esserlo per gli altri genera un senstimento benefico senza confini.

Ho riflettuto molto su questa affermazione e mi sono venute in mente quante sono le volte in cui noi compartecipiamo al dolore e alla soffferenza e siamo più alleati, più ricettivi a questo stato piuttosto che a quello della gioia o della fortuna dell’altro. Mi sono interrogata sul perchè la gentilezza sia diventata un tabù. Un tempo assieme alla dolcezza erano considerate virtù, non solo una modalità di essere e di agire con forte attenzione agli altri, ma anche un modo di prendersene cura, mettendo in atto una forma di comprensione e di tolleranza. Continua a leggere

I buoni propositi per il nuovo anno: punto uno, la Felicità.

6c77181971dfe4f9e3f2047248927f3bCon l’inizio del nuovo anno prendiamoci uno spazio per abbozzare il progetto che ci vedrà autori delle piste che intraprenderemo, protagonisti delle nostre vite e non spettatori di ciò che ci accadrà.

L’anno precedente è volato, nel bene e nel male è stato rapidissimo e questo, mi porta a credere che sia sempre più importante e necessario sapere dove vogliamo andare e cosa desideriamo fare, come vorremmo stare, fedeli al fatto che l’obiettivo è il nostro benessere. Non credo alla fortuna né alla teoria secondo cui nasciamo con la predisposizione al benessere, quanto piuttosto che, questa condizione derivi sicuramente da una base, determinata in parte  dalla personalità, ma sia soprattutto risultato di uno specifico lavoro di sviluppo personale. Se volessimo rintracciare le dimensioni che ci permettono di dare un peso al nostro stato di benessere, potremmo soffermarci su quelle che i protocolli di ricerca definiscono come indicatori generali. Queste dimensioni hanno a che fare con le emozioni, e ci chiedono di riflettere sulla frequenza di emozioni positive e negative provate in un tempo, ad esempio in una settimana, seguono le relazioni positive definite come la presenza di persone che ci fanno bene, di cui ci fidiamo e con le quali condividiamo il nostro tempo, non meno importante lo scopo ed il significato della vita, che ci chiede di sapere che cosa abbia senso e significato per noi, per selezionare e orientarci nel nostro cammino, ne deriva la soddisfazione personale, ovvero la percezione soggettiva positiva nei confronti della nostra vita, che racchiude un vasto universo fatto di relazioni, lavoro, amicizie, amore, impegno, interessi, e molto altro ancora, a cui si collega la crescita personale, intesa come la possibilità di sviluppare tappe e progredire, mettendoci in discussione, e rivedendoci di tanto in tanto, se necessario, apportando dei cambiamenti, pertanto si aggiunge l’auto accettazione, condizione importante per avere cura di noi, accogliendo anche le mancanze, anche quello che non ci piace di noi, ma che fa parte della nostra natura, della nostra storia, dei vissuti personali.

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Fashion & Style o Chic Style?

La scelta del nostro stile ci porta ad esprimere la nostra unicità e quindi a decidere se essere alla moda o se essere “a modo nostro”, ovvero portatori di quell’insieme di elementi che ci caratterizzano e ci valorizzano.giorgio-armani

A proposito di sile riprendo una citazione di Giorgio Armani che dice “Lo stile è eleganza non stravaganza. L’importante è non farsi notare, ma ricordare”.

Ed è verissimo! Trovare quella giusta saggia originale personale struttura fatta di fascino ma anche di saggezza. Chi ha stile non stona mai, sta bene in qualunque situazione, momento, luogo, perchè non solo indossa l’abito giusto per quel momento e luogo, ma anche perchè esprime una personalità saggia, matura, tranquilla, accogliente. Personalità fatta di atteggiamenti, portamento, buone maniere, comunicazione, cultura. Una misura in tutte le cose.

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La bellezza non è altro che una promessa di felicità (Stendhal, L’amore)

Se ci interroghiamo sul concetto di bellezza, soprattutto in un mondo ed in un’epoca dove l’aspetto e l’apparenza dominano il pensiero di molti, capiamo che dobbiamo darci una risposta rispetto a che cosa sia il bello.Audrey_Hepburn_smokes

Vediamo per esempio nell’arte che il tentativo di esprimere e rappresentare la bellezza non viene percepito da tutti nello stesso modo. Non tutti vedono la stessa cosa in un opera d’arte o la godono nello stesso modo attraverso le stesse emozioni: le risposte individuali possono essere diverse e innumerevoli. Non esiste dunque un modello di bellezza uguale per tutti. Non solo, vi sono stati pensatori e filosofi come Karl Popper e Isaiah Berlin, che hanno definito la bellezza come la felicità un’ utopia, inaffidabile e pericolosa per l’uomo. Molti intellettuali hanno sostenuto che la bellezza abbia distratto l’uomo da questioni più importanti, condannando l’atteggiamento di edonismo e frivolezza determinato dalla ricerca o dal godimento del bello. Tuttavia vi sono personaggi come Elaine Scarry, docente di estetica a Harvard, che difende il concetto di bello, sostenendo che la contemplazione della bellezza possa invece stimolarci ad un atteggiamento socialmente più aperto ed incline alle relazioni. Sostiene inoltre, nel suo libro “Sulla bellezza e sull’essere giusti”, che il bello stimoli ad un atteggiamento di equità (che è appunto bellezza), determinando maggiore simmetria nei rapporti interpersonali. Mi ci ritrovo, quando penso che la bellezza abbia il potere di allietarci, di addolcirci, di educarci, con moderazione. Scrive Oscar Wilde “La Bellezza è l’unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come la sabbia, le credenze si succedono l’una all’altra, ma ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, ed un possesso per tutta l’eternità”.

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